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Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si sbilancia in una corrente continua.

Siamo al bar, la giornata sta per concludersi, e lei è seduta nel suo posto preferito, l’ultimo tavolino a metà tra platea, palco e quinte. Mi guarda appiattirmi, lucidare le superfici. Quante volte ho visitato questo ricordo, nel mio esercizio? Ripeto le transizioni, il ricalco differisce nel colore dello straccio, nella luce – la prima volta era giorno, ora è tardo pomeriggio; la gradazione è cambiata, e io la vorrei ancora fredda com’era nel suo originale.