Nel 1990, i miei genitori accendono il primo mutuo. Hanno ventitré anni e si innamorano di un attico e superattico in via Udine 252. Comprano l’immobile da un imprenditore locale con il vizio delle donne, dei fallimenti finanziari e delle sedute spiritiche. La casa è bellissima – enormi terrazzi che mia madre riempirà di ficus, gerani, bocche di leone; sensazionale vista sul mare; un camino così grande da potercisi sedere dentro. E tuttavia, anche dopo il 2001, anno in cui traslochiamo altrove, via Udine 252 resterà una casa maledetta.

In via Udine 252 io non dormo. Diversi fattori contribuiscono alla scarsa qualità del mio sonno: il retro dell’appartamento si affaccia sul cimitero cittadino e sulla camera che condivido con mia sorella splende un’immensa croce al neon blu; sono una bambina pacifica di giorno e irrequieta di notte, o forse sono un gatto, un animale crepuscolare paralizzato dalla paura dei morti; i miei genitori dormono al piano superiore e mi metto in testa che in questo modo io non sarò mai al sicuro. Così, invece di dormire, peregrino per casa. Salgo le scale, arrivo in cima, scendo le scale, mi fermo a sedere per un poco, risalgo le scale, mi immobilizzo accanto al letto dei miei fissandoli fino a che uno di loro si sveglia, si spaventa, e mi cede il posto. A volte mi accuccio per terra, ma mia madre ha l’udito da madre e io non sono abbastanza grande per capire come non fare rumore. Esaurisco la pazienza di mio padre al punto di non saper scegliere tra il terrore di svegliarlo e il terrore di tutto il resto.

Non mancano inquietudini diurne. Ho sei anni quando mio padre commissiona a una sua amica pittrice un mio ritratto. Il quadro entra in casa, viene appeso in salotto, e tutti mi dicono che sono io – anzi, che sono io da grande. Solo che il quadro mi guarda, mi segue con gli occhi, e presto mi sembra sia triste dei miei giorni buoni e felice dei miei giorni cattivi. Sono una bambina piena di immaginazione.

Altri tormenti, più seri, affliggono mia madre e mio padre. D’estate, via Udine 252 è la casa perfetta, e spesso è anche piena di gente – i miei organizzano feste con settanta, ottanta, cento invitati; il deejay; i maestri di ballo. Le nostre undici estati in via Udine sono la celebrazione dei rarefatti anni Novanta, trascorse in inesauribili macarene, spaziali sandali Onyx e gonne pantalone. Ma l’estate è breve, il freddo torna sempre, e con il freddo le infiltrazioni. D’inverno via Udine 252 si riempie d’acqua: l’acqua arriva nei soffitti bonificati l’anno prima, si allarga nei pavimenti, nei muri, nei mobili, e a nulla servono le innumerevoli ristrutturazioni, le vernici. Via Udine 252 scoppia, è impossibile riscaldarla, e io sono asmatica, mi ammalo continuamente.

Al decimo inverno mio padre capitola alla guerra che gli muove la casa: mette in vendita. La nuova proprietaria è una gentilissima signora di mezza età; anche lei si innamora dell’attico e super attico – tutte le piante di mia madre, una sensazionale vista sul mare – ma non ne gode a lungo: veniamo presto a sapere che è morta poco dopo un’ulteriore ristrutturazione.

L’ultima volta in cui sono tornata in via Udine 252 avevo ventidue anni. Ricordo di essermi fermata in cortile, quel giorno, mentre in altre visite mi ero spinta più in là, fino alle scale, fino alla casa che era stata della mia tata, fino in cima, alla porta chiusa, all’abbandono.

Dentro a via Udine 252 avevamo portato la nostra inquietudine: quella di mio padre, la mia, i nostri tormenti genetici, ma anche i vent’anni dei miei genitori, le nostre nascite, l’incredibile campionario umano delle conoscenze, degli amici; il nostro essere disadattati fin dai primi passi, dalla prima casa; la nostra casa che era maledetta e ci rispondeva, ci spaventava, si riempiva d’acqua al ritmo dei nostri scontenti.

Che cos’è una casa? La casa è la somatizzazione di un’esperienza.

A ventidue anni stavo seduta sul bordo di una fioriera, a guardare il cortile che era diventato minuscolo. Se ne erano andati tutti: il satiro del pian terreno e le sue figlie, il custode, la mia tata, i miei amici, la vicina che mi curava le orecchie con i fazzoletti bollenti.

Ce ne eravamo andati tutti e ci eravamo portati dietro via Udine 252, l’acqua, la maledizione: occhi tristi dei nostri giorni buoni, occhi felici dei nostri giorni cattivi.