Il 21 febbraio 2020 in Piazza del Popolo ho un piano: mentre io e F ci fotografiamo al sole, ripeto a me stessa che non tornerò in Australia. Oggi faremo un breve ripasso di Roma, F camminerà così veloce che avrò la paura pigra di perdermi, e stasera farà freddo, sarò stanca, un giornalista vorrà a tutti i costi riprendermi con il suo cellulare puntato a due centimetri dalla faccia – mio padre guarderà la foto di me con un sorriso da mal di testa davanti a Fontana di Trevi: “sei malata? Hai la febbre?”, mi chiederà.

Il 23 febbraio sulla tratta Roma Milano, anche quando i miei compagni di viaggio staranno in silenzio, si parlerà di Codogno – chiuderanno gli stadi? Bloccherò mio padre su WhatsApp perché non vorrò leggere le sue previsioni di sventura. Mezz’ora prima del mio arrivo a Stazione Centrale, mia madre mi chiamerà, mi chiederà di anticipare la partenza e di portare Renata con me. Dirò che devo pensarci – chiamerò subito la compagnia aerea, fisserò al giorno dopo il volo di ritorno che non sarebbe dovuto esistere. Più tardi, a Milano, scenderò dal tram e guarderò un tramonto insieme ad altre persone raccolte sul ponte per la stessa ragione: avremo tutti le facce del colore del sangue.

Il 24 febbraio a Malpensa ci sottoporranno a controlli di routine. Ci imbarcheremo sul primo volo per Dubai, spiegherò a Renata che non dovrà toccarsi la faccia per nessun motivo e lei mi chiederà di vedere Gli Aristogatti in lingua francese. Trascorrerò sei ore piangendo di nascosto, smetterò solo durante una forte turbolenza. A Dubai accederemo al secondo volo senza sottoporci a verifiche sul nostro stato di salute. Renata vorrà ascoltare Mozart. Il 25 febbraio a Perth, l’ufficiale controllerà i nostri passaporti e mi dirà che sono stata furba, che ho portato la nonna con me per farle cucinare le lasagne mentre io sono al lavoro. Riderò nervosa, supereremo i medici incaricati degli screening sui passeggeri cinesi e iraniani. Chiederò a Renata di aspettarmi dentro, uscirò per una telefonata, ci saranno trentacinque gradi e sarà una serata gradevole; al telefono mia madre mi chiederà di rispettare due settimane di quarantena: avrò una crisi isterica, un agente della sicurezza mi chiederà di abbassare la voce.

Dal 26 febbraio al 10 marzo io e Renata rispetteremo la quarantena che il governo non ci ha imposto. Lei indosserà una maglietta turchese con delle dentiere stampate sopra, leggerà tutti i libri in italiano che possiedo, stroncherà un recente Booker Prize e canterà inni sacri alle due del mattino. Io la guarderò lavorare a maglia, la guarderò dormire, la guarderò mangiare, e mi chiederò quale forza dentro di me mi costringe a fare sempre la cosa giusta. In Italia le zone rosse si estenderanno in un’emorragia.

L’11 marzo tornerò al lavoro. Una delle assistenti australiane mi saluterà a voce alta dall’altro lato del corridoio: “ehi, Coronavirus! Welcome back!” Durante la pausa caffè un tecnico macedone dirà che il profeta aveva previsto tutto, che è solo l’inizio delle sciagure innescate dalla rete 5G. Mentre io perderò la capacità di analisi logica sulle connessioni causa-effetto, le vite dei miei familiari e dei miei amici in Italia si circoscriveranno a quattro mura. Rifiuterò di partecipare a un ventunesimo compleanno, a un barbecue, a un brunch, a un corporate event.

Dalla settimana del 16 marzo sarà obbligatorio rispettare le norme di social distancing e sarà sempre più difficile reperire carta igienica, farina e sapone antibatterico nei supermercati. Chiuderanno i ristoranti e, pur conservando piena capacità respiratoria, svilupperò i sintomi costanti di una crisi asmatica in arrivo; non avrò febbre, né tosse, lo stesso mi torneranno subito in mente i giorni in cui respirare significava ascoltare un lungo fischio lugubre. Penserò molto all’ultima volta in cui i miei polmoni sono stati malati, e capirò di non avere provato la stessa qualità di paura.

Il 20 marzo dirò al mio dottore che in passato sono stata ospedalizzata per infezioni respiratorie, lui mi prescriverà i farmaci, chiamerà la farmacia per assicurarsi della disponibilità di scorte, lo ringrazierò; dopo la visita, attraverserò la strada con la prescrizione in mano. In farmacia mi diranno che le scorte sono esaurite – “ma il mio medico ha appena chiamato”, dirò. “Ah, scusi, mi faccia controllare”. Nel parcheggio di un IGA, con i miei farmaci al sicuro nella borsa, scoprirò che il Western Australia ha 162 unità di terapia intensiva per due milioni di abitanti.

Il 24 marzo, a una riunione con il corporate team, ci diranno di dover chiudere l’azienda e di dover procedere allo stand down di tutto il personale. Sulla scrivania ci sarà la copia di una fattura in bianco e nero: un container di mascherine in arrivo dall’India. Il corporate team continuerà a operare, ma saremo in dodici a dovere smettere di lavorare e di ricevere uno stipendio. Mi chiederanno di non divulgare la notizia. Il 25 marzo sarò in coda da Centrelink nel rispetto del metro e mezzo di distanza segnato a terra da croci di nastro adesivo blu. Il 26 marzo il tecnico macedone inizierà il turno piangendo, perché avranno mandato i figli a casa da scuola con una lettera in cui gli insegnanti diranno di non poter garantire una data di rientro – il tecnico dirà che in Macedonia la vita è sempre andata avanti, anche durante la guerra, e che i bambini sono sempre andati a scuola, anche durante la guerra.

Il 27 marzo scoprirò di non avere diritto ad aiuti statali. Nel pomeriggio il corporate team comunicherà ufficialmente lo stand down a tutti noi – durante la riunione una dei manager scoppierà a ridere per un meme apparso sul suo cellulare. Al rientro dal lavoro chiamerò il tecnico coreano a cui ho curato tutte le pratiche di visto per la sponsorizzazione, gli chiederò come sta, gli dirò di stare tranquillo, che troveremo un modo di sopravvivere, e di chiamarmi se gli verrà voglia di bere prima delle sette. La sera scriverò, registrerò e raccoglierò esperienze di connazionali presenti sul territorio.

Il 28 marzo riascolterò voci che mi racconteranno delle chiusure dei confini interstate, delle ore di guida notturna nell’outback protetti dalla scia dei camion per avvicinarsi a un aeroporto, delle telefonate al consolato, all’ambasciata, alla Farnesina. Alcuni expat saranno protetti dallo smart working, o continueranno a lavorare nelle fattorie – la filiera alimentare non potrà fermarsi; anche le miniere non potranno fermarsi, e alcuni minatori saranno costretti all’isolamento preventivo per garantire il procedere delle estrazioni. Altre delle persone con cui parlerò saranno backpackers licenziati dal settore della ristorazione, con fondi insufficienti a coprire le spese di affitto o un biglietto di ritorno. Il mio agente di immigrazione dirà che il dipartimento è preoccupato per il pericolo sociale che gli immigrati sotto visto temporaneo potrebbero costituire, costretti in una condizione di illegalità legata alla scadenza dei visti, allo sfratto o all’impossibilità di trovare un altro impiego; dirà anche che sono tutti in ritardo sullo sviluppo di normative d’emergenza.

Il 28 marzo i biglietti di rientro costeranno 2400, 7000, 10.000 dollari e potranno essere annullati senza rimborso dalla compagnia aerea fino a due ore prima della partenza. Alcuni scriveranno di essere riusciti a partire, altri di non poterselo ancora permettere o di avere esaurito il budget in un volo cancellato. Rileggerò chi vive nel Kimberley, mentre scrive che gli aborigeni sono tornati alle comunità remote per stare al sicuro, poi chi è volontario per Blaze Aid in New South Wales, dove la ricostruzione delle recinzioni, dopo gli incendi e le inondazioni, si è dovuta fermare per la quarantena.

Riceverò un aggiornamento sui wallabies che stanno ripopolando le zone distrutte dall’ultima estate, poi una serie di foto da una collega australiana: lei e i suoi figli a una festa di compleanno – “we had a Corona High Tea with champagne for my 58th birthday and my nephew had his first taste of watermelon!”. Quel giorno L’Italia avrà raggiunto e superato i diecimila morti.

Il 29 marzo guarderò su Skype i miei nonni ottantenni rinchiusi a Milano, dirò loro di stare tranquilli, di fare ginnastica, di restare positivi. Mio zio, che avrà lavorato in ufficio fino al ricovero di un suo collega in ospedale, concluderà la quarantena senza sintomi. La crisi asmatica, rimasta a guardia del mio petto fino alla notte prima, sarà scomparsa. Il mio collega coreano mi chiamerà alle sei del pomeriggio, dirà di avere voglia di bere, lo tratterrò al telefono il più a lungo possibile, e il cielo fuori dalla mia finestra diventerà un livido in deterioramento – rosa, viola, nero. In una lontana provincia piemontese un’amica partorirà in solitudine il suo primo figlio.

Il 30 marzo il primo ministro annuncerà misure straordinarie e nuovi aiuti alle imprese: per sei mesi, lo stato garantirà 1500 dollari di stipendio a ogni lavoratore riconosciuto come job keeper . Mia madre ironizzerà su un possibile socialismo di Stato, ma sembrerà che questo socialismo di Stato non sia stato pensato per proteggere anche gli stranieri in possesso di visti di lavoro. Un piano migliore di quello inglese, migliore di quello neozelandese – mentre Scott Morrison concluderà la conferenza stampa, capirò di rientrare nella categoria degli aventi diritto al sussidio. A fine turno, una delle receptionist mi dirà che presto l’intero Paese sarà in lockdown, che le strade saranno militarizzate: succederà il 3 di aprile, lo garantiscono conoscenze vicine all’ex ministro Malcolm Turnbull.

Il 1 aprile sarò in ritardo per il mio ultimo giorno di lavoro. Sarà un mercoledì, e sarà entrata in vigore la legge che vieta di circolare in più di due persone: incontrerò una ronda di quattro poliziotti in maniche corte all’altezza di un incrocio. Quel pomeriggio, Renata si stenderà all’improvviso sul divano – “la mia vita è passata in un lampo”, dirà. “Sono una bambina vecchia.” Al rientro passerò dal giardino botanico e riascolterò uno per uno tutti i messaggi vocali dei miei amici dall’Italia, guarderò le loro foto, i loro video, le loro persone piccole come bambole in una scatola luminescente. Gli aborigeni saranno tornati alle comunità remote cui appartengono, per sentirsi al sicuro.

Il 22 febbraio 2020, con F, pranziamo vicino ai Fori Imperiali. Più tardi, ci sediamo al sole in un giardino schiacciato tra il Vittoriano e la Chiesa di Santa Maria, parliamo della composizione delle nostre personalità, intorno a noi centinaia di turisti e di locali impegnati nelle passeggiate dense del sabato. Guardo un ambulante indiano raffreddare le mani nell’acqua di una fontana e ripeto il mio piano: mi comporterò come se dovessi tornare e poi, all’arrivo mancato, alle domande, risponderò che ho bisogno di più tempo – sì, più tempo, sei o sette mesi prima di decidere. Ho bisogno di un tempo sospeso: è tutto quello che dirò, e poi smetterò di rispondere, smetteranno di chiedere. Non tornerò in Australia.