da Squadernauti

La Rainoldi crolla in laboratorio a metà pomeriggio; un quintale di carne che si accascia ai suoi piedi. A soccorrerla è l’autista, la fa rollare fino alla méridienne. Bertolla la raggiunge e la guarda sbrodolarsi nella poltrona.

La Rainoldi fa passare il mancamento in silenzio, compressa nella forma che ha preso in quei venti secondi trascorsi sul pavimento.

«Va sistemato» dice, sventolando un braccio sotto il suo naso.

Il Calatrava maschile ha nel suo polso lo spazio necessario.

«E che problema abbiamo, qui?» chiede Bertolla.

«L’orologio accelera.»

«Accelera?»

«Accelera, le dico» lei si tira a sedere con tutta la grazia di un invertebrato. «Va più veloce di quello che dovrebbe.»

«Cioè acquista minuti, va avanti. È questo che intende?»

La faccia liscia le si arriccia di disgusto.

«È questo che intendo. L’orologio prende minuti.»

«In tal caso…»

«Prende un minuto in più ogni giorno.»

«Ma ne è sicura? Un minuto mi pare eccessivo. Comunque, sarebbe possibile vederlo più da vicino?»

La Rainoldi rimuove l’orologio, un automatismo eseguito con grazia, poi glielo consegna.

«C’è un margine di tolleranza, è certa che sia proprio un minuto?» – la cassa, oro giallo pulito, il graffio di una dedica incisa – Bertolla leggerà dopo.

«Sono sicura. Ho controllato.»

«Non è un problema irrisolvibile, si può sistemare.»

Lei si insacca nelle spalle, un sorriso da bambina triste.

«Non è un orologio come gli altri» dice.

«Sì, è molto prezioso.»

«No. È maledetto.»

«È maledetto» insiste la Rainoldi. «Mio padre me l’aveva detto, io non gli ho creduto – ma vede, ero così giovane, ho pensato si stesse prendendo gioco di me: andiamo, un orologio che accelera per segnalare la morte imminente, insomma, chi mai – e dire che mio padre è rimasto così lucido, in consiglio d’amministrazione li faceva rigar dritto – è che una mattina mamma l’ha trovato freddo nel letto e l’orologio si era fermato» lei lo guarda bovina. «E zia Adelina ha detto che anche con il nonno è successo così, che l’orologio ha accelerato, e quando s’è fermato il nonno era morto, o si è fermato e il nonno è morto.»

«L’orologio si è fermato e il nonno è morto» ripete Bertolla – l’autista fugge il suo sguardo interrogativo.

«Di primogenito in primogenito, con le questioni di eredità siamo rigidi, in famiglia» la Rainoldi asciuga la fronte con il dorso della mano. «Io ho solo cinquantaquattro anni. Lei lo deve aggiustare.»

Bertolla realizza lo spreco di un Calatrava 5039 su di una donna mal vestita, immensa e per giunta pazza – «Certamente, gliel’aggiusto. Ci vorrà un po’» – poi la ascolta scusarsi per il mancamento, la guarda inclinarsi un poco di lato e piegarsi per passare dalla porta del laboratorio, dal vetro risalire in macchina con un angolo di sottoveste a farle da coda floscia – sceglie dal pacco che tiene nel primo cassetto un marrone molto grosso.

Omnis festinatio ex parte diaboli est. 1936: sulla cima del sei l’incisione ha un picco anomalo, di una fresa usata da un principiante; la dedica sull’orologio della Rainoldi è pulita, un’altra mano, più elegante. Dopo la chiusura, Bertolla compie il ritorno dal laboratorio, un rituale di passi contati nei capillari del centro. Dall’arteria di Via Torino viene il rumore del sangue, gargarismi densi nelle marmitte, nelle bocche. Al laboratorio ci sono dei diamanti sotto allo zaffiro di un nuovo modello, a questo pensa Bertolla, è quasi il tramonto, il taglio obliquo per Piazza Vetra, un cane anemico senza guinzaglio – al laboratorio i diamanti e l’orologio della Rainoldi di un minuto dentro al futuro. Il 106 di Corso di Porta Ticinese ha un cortile interno, al primo piano della scala A un appartamento vuoto, al secondo il suo; non c’è ascensore.

Bertolla pettina la giacca prima di conservarla nell’armadio, dalla camera da letto al balcone quindici impronte identiche a quelle degli ultimi quindici mesi – le stesse di Corso di Porta Ticinese 113, del 109, del quarto piano scala B al 106, del terzo scala C, sempre al 106. Così vicino alla meta, pensa, affacciato alla ringhiera. Sul balcone del primo un cumulo piano di polvere bianca, buchi marroni dell’ultima pioggia sahariana.

Dal sangue che suda sulla strada sale uno schianto: un incidente, un urlo.

Ogni fretta viene dal Diavolo.

***

«La Rainoldi la assilla, leggo al martedì» l’analista scrolla la penna. «L’ha chiamata ancora, quindi.»

Bertolla sta ancorato a un fianco del divano, sotto un dito le venti coste del velluto marrone che percorrono la fodera in lunghezza, in profondità.

«Sì. Mi ha chiamato ogni giorno, da martedì.»

«Che cosa le ha detto?»

«Che la prova sotto sforzo è andata una meraviglia» Bertolla prende ancora le misure del bracciolo. «Quella donna è gigantesca, avrà il cuore grosso come la testa di un bambino.»

«Perché non smette di risponderle, Roberto?» l’analista stende la pagina del diario. «Leggo che i contatti con la signora le causano un’incontenibile irritazione.»

«Ha la voce alta, ansima quando mi parla. È grassa.»

«Le dà fastidio che sia grassa?»

«Mi dà fastidio che mi chiami per chiedermi se ho guarito l’orologio, neanche fosse una persona, santiddio.»

«E lei ha guarito l’orologio?»

«L’ho smontato.»

«Questo come la fa sentire?»

«Mi fa sentire come uno a cui rompono molto i co-»

«Ha avuto una crisi?»

Bertolla guarda dalla finestra: cinque ramificazioni di un tiglio, tonalità grigio-celesti.

«No», mente.

L’analista poi ha detto: «Come va con la casa, Roberto? Come va il suo esercizio?»

Bertolla pensa che un esercizio è uno svolgimento, un atto esteriore, a lui tocca invece trattenere, a volte legare un polso alla porta d’ingresso con una corda. Si ricorda affacciato allo stesso balcone, ad ascoltare suo padre ripetere la lezione a voce alta – i globuli rossi sono cellule specializzate nel trasporto di ossigeno, trascorrono circa centoventi giorni nel torrente ematico.

È tutta la vita che cerca di ritornare. I proprietari degli appartamenti abitati nella manovra di avvicinamento erano anziani, si sono fatti da parte. Invece, al primo piano del 106 scala A, dopo gli universitari del 2010, neppure un avviso di vendita. Il primo piano non si può affittare, non si può comprare, non si può abitare.

Spesso il problema gli sembra irrisolvibile, perciò guarda l’orologio della Rainoldi scomposto sul vetro, in laboratorio, e i 370 componenti si fanno minestrone. In mutande nel retro, quando è chiuso, Bertolla sta delle ore piegato sui pezzi, mentre alla luce del neon la pelle diventa verde, e lui vede solo sedani, patate, cipolle.

***

Una sera, la Rainoldi lo chiama durante una crisi.

«Sono passate tre settimane» dice nel telefono.

«Signora, vuole che faccia un buon lavoro o no?»

«Le ho detto che i valori dei miei esami sono quelli di una ragazza di vent’anni?» dice lei. «Deve trattarsi di un guasto, niente di più.»

«Naturale. Sarà sistemato. Ora, se mi permette…»

«Ho solo cinquantaquattro anni. Quanti anni ha detto che ha, lei?»

«Sessantuno a gennaio.»

«Siamo giovani.»

Bertolla si accontenta di guardare i componenti galleggiare nel brodo.

«Mio padre ne aveva settantacinque, quando è morto. Un infarto. E il suo?» rilancia la Rainoldi.

«Quarantasei. Leucemia.»

«Terribile» lei ansima nel telefono. «È che io vorrei solo smettere di preoccuparmene, capisce? Questa faccenda mi provoca un’ansia continua, pensare che da un momento all’altro potrei… in qualsiasi momento…»

***

«Che cosa le ha detto?» chiede l’analista a Bertolla.

«Che il pezzo da Ginevra arriverà alla fine di questa settimana.»

L’analista non si scompone, sa che è un bugiardo dal primo giorno che ha messo piede nello studio.

«E quando sarà il momento di consegnarlo?»

«Lo sistemerò per tempo.»

«Ha detto di averlo già smontato e rimontato tre volte.»

Bertolla accavalla le gambe, distingue un buco nel filo di scozia del calzino.

«È solo un orologio. Tutti gli orologi hanno un margine d’errore.»

L’ha ripetuto anche alla Rainoldi, nell’ultima telefonata, quando lei si è messa a piangere. Nessun orologio è infallibile nel calcolo del tempo – «Ho un cliente che mi torna indietro ogni tre anni con lo stesso modello in ritardo di tre minuti.» Non le ha detto che, al quarto assemblaggio, il suo Calatrava contava un anticipo di sei minuti al giorno.

«Roberto?»

«Sì?»

«Le ho chiesto: perché non fa più la tinta?»

Bertolla cerca il suo riflesso nel vetro della libreria. Due dita di bianco, una beatificazione tutta intorno alla sua faccia.

«Non lo so» risponde. «Voglio tornare a casa mia.»

«Capisco. Ricorda cosa abbiamo detto? Quella non è più casa sua. Il legame che sente è innescato da un ricordo infantile, mitizzato. Per lei quel luogo è un simbolo, il ritorno a uno stato di cose. Crede che quello stato di cose sia riproducibile? Davvero lo crede, Roberto?»

Come potrebbe essere, pensa Bertolla. Il componente principale del meccanismo è andato perso da quasi cinquant’anni.

«No.»

«Non crede sia possibile trovare la soddisfazione anche in questo nuovo stato di cose? Presente, contingente.»

«No.»

***

«Signor Bertolla?» risponde al telefono la Rainoldi.

«L’orologio è pronto.»

Il silenzio è lungo, lei ci ansima dentro per un minuto abbondante.

«E…» sfiata, poi.

«Funziona perfettamente.»

«Nessun anticipo?»

«Nessun anticipo.»

La linea è disturbata, la felicità della Rainoldi una risata gigantesca.

«Sto partendo… weekend…» il rumore come di un vento fortissimo. «Montagna… ritiro… lunedì… grazie… grazie.»

Dopo la telefonata, Bertolla si accanisce su un Longines, nasconde il Calatrava in un panno, tenta di non pensarci. Torna a trovarlo solo a fine giornata. Dal panno nero si distinguono le forme, un cadavere sotto a un lenzuolo da obitorio.

Apre il sudario, si affaccia sul quadrante dal calendario inutile e perpetuo. I minuti di anticipo sono diventati otto, un’impennata mai registrata in così poche ore.

Allora Bertolla pensa che è inevitabile. Tira la corona, ferma l’orologio.

***

«Perché crede che le sia così difficile accettare la scomparsa di suo padre, Roberto?» aveva chiesto l’analista.

Bertolla ha il ricordo di una delle prime domande, all’inizio della terapia.

«È qualcosa che lui ha detto, credo. Avevo undici o dodici anni.»

«Che cosa le ha detto?»

«Era biologo. Faceva il professore in un istituto superiore. Era un uomo molto timido, ripeteva le lezioni ad alta voce. Siamo sempre stati solo io e lui» Bertolla aveva pensato bene all’ora, al giorno. «Ventidue aprile, saranno state le sei di sera. Aveva appena finito una lezione sul sangue.»

«E cosa le ha detto?» lo aveva incoraggiato l’analista.

«Ha detto che la morte è una malattia. Un errore genetico che ci trasmettiamo di generazione in generazione.»

«Perché crede che questo pensiero l’abbia colpita così profondamente?»

«Non ne ho idea, ero impressionabile» aveva risposto Bertolla. «Lui è morto l’anno seguente.»

***

La Rainoldi non si è presentata al ritiro del lunedì. Bertolla ha ripreso a fare la tinta.
Trascorso un mese senza notizie della signora, ha indossato il Calatrava, e quello è ripartito preciso, così preciso, un minuto dopo l’altro senza anticipare un centesimo di secondo.

Corso di Porta Ticinese 106, secondo piano, scala A. Dal balcone sbagliato si vede l’entrata al cortile e in fondo al buco il fiume di sangue che li divide da Piazza Sant’Eustorgio.

Bertolla è affacciato alla ringhiera, e non succede niente, niente dentro di lui si muove. Non ci sono voci familiari, formule di composti ematici. È perché il balcone è sbagliato, e quello giusto è vuoto, inaccessibile.

Al polso il Calatrava pesa ogni giorno di più, Bertolla lo guarda anche adesso, preciso. Ha iniziato a studiarlo di notte, non lo toglie mai. Non un anticipo, nessun errore.

Sa che è inevitabile. Allora tira la corona, ferma l’orologio.