da Cadillac numero 19

Una settimana fa Gabriele ha avuto un infarto e io adesso non mi sento un braccio. Quand’è entrato in coma ho subito smesso di bere, evitavo di abbassarmi bruscamente, e mi tenevo alla larga dalle scale, ma non è servito a niente. Alla fine è successo, ieri sera, di punto in bianco, ho perso la sensibilità del braccio. Soltanto che non so da dove cominciare a spiegarlo, che secondo me una connessione c’è.

La dottoressa mi fissa con due occhi puntuti, sta aspettando che le dica cos’ho, ma a me sudano le mani, e non riesco a dirlo, perché ogni volta che penso «non sento più il braccio» penso anche «è un infarto», e ho paura che se lo dico mi viene. La dottoressa mi guarda laconica e spunta da un foglio l’elenco dei fattori di rischio. Giovane, normopeso, non fumatrice.

«Come descriverebbe la sensazione?» mi chiede. «Avverte formicolio?»

«No, non saprei» dico. «Non sento nulla. Non riesco a provare dolore.»

«Direi che possiamo escludere la Sclerosi Multipla» dice la dottoressa.

«Sclerosi Multipla?» strillo, facendo cadere per terra la borsa, che la dottoressa mi restituisce senza battere ciglio.

«Sì, signorina, Sclerosi Multipla. Ma ho detto che possiamo escluderla, non che ce l’ha.»

Prima che possa capire cosa ha escluso, la dottoressa mi dice di chiudere gli occhi e stendere le braccia. Seguono istruzioni su movimenti basilari. Poi è il momento di riaprire gli occhi, poi di nuovo quello di chiuderli. Rivedo Gabriele al suo funerale, il primo corpo senza vita che ho avuto il coraggio di guardare. L’ultima volta, a casa sua, aveva gli occhi gonfi e la faccia grigia, che io l’avrei dovuto capire, acciuffare per i capelli. Riaprire gli occhi, chiudere gli occhi. Era grigio uguale, il giorno del funerale, e una voce mi aveva detto che era una cosa terribile, eppure non ero riuscita a sentirmi addosso nemmeno un tremolio, una punta di dolore. Chiudere gli occhi. Lui non me ne avrebbe mai fatto una colpa.

«Sente qualcosa se la tocco qui? E qui? Anche qui? E invece qui?»

«Sì, sì.»

«Io, per sicurezza, procederei con una risonanza.»

«Ma è proprio necessario? Ha notato qualcosa?»

«Ma no, si figuri, è protocollo.»

«In che senso protocollo?»

«Procediamo per esclusione» dice lei.

A quel punto Gabriele attraversa la porta e si siede sulla sedia libera davanti alla scrivania. Sospira, fa un sorriso stanco. Si accende una sigaretta, tra tamponi asettici e iodopovidone, e mi guarda da dietro gli occhiali. Ha la faccia da “Lucia, vedi di non farmi bestemmiare”. Era la sua frase preferita, la usava per confortarmi. “Gabriele, io sono insignificante” gli dicevo. “Lucia, vedi di non farmi bestemmiare” diceva lui. “Tu sei fantastica, come me. Siamo due meraviglie. Il nostro problema è che non sappiamo stare nelle cose.”

«Possiamo escludere anche qualcos’altro?» chiedo, abbassando gli occhi. «Un infarto? Potrebbe essere un infarto?»

«Lo escludo» dice la dottoressa. «L’infarto miocardico colpisce le donne in menopausa, oppure fumatrici accanite o diabetiche o ipertese. Poi ci sono casi fuori dalle statistiche, ma non è il suo. Aspetti qui che le porto i moduli da firmare.»

Io e Gabriele rimaniamo a guardarci sotto al neon bianco. Nemmeno lui si aspettava di finire la serata così, ma non sembra distrutto. Si accarezza la vecchia cicatrice nello zigomo, che io ancora non ero nata, quando se l’è procurata. E di nuovo mi sorride. Lo so che è un ologramma, ma in quest’istante mi va bene in qualsiasi forma. Vorrei dirglielo, “mi vai bene in qualsiasi forma”; quando era vivo non gliel’ho mai detto, che non mi importava di averlo visto cambiare così tanto, negli ultimi anni, di averlo visto sprofondare in un corpo sempre più pesante, affaticato. La nostra forma era irrilevante, perché non avevamo bisogno di stare nelle cose. La forma ce l’hanno le cose che stanno nei contenitori, diceva Gabriele, e il fatto buffo è che sua madre l’ha trovato con la testa nel portaombrelli. Ci sono voluti due paramedici belli grossi per tirarlo fuori da lì. Il fondo del portaombrelli era pieno dei resti dei suoi amati supplì. Ne mangiava tre al giorno. A lui di campare a lungo non gliene è mai fregato niente.

La dottoressa torna con un foglio e una penna. Lancio un’occhiata alla liberatoria, mi rimbalzano negli occhi parole come «gravidanza» e «radiazioni» e scarabocchio tre firme dove richiesto. La dottoressa mi indica la sala d’attesa e dice che un’infermiera mi chiamerà per l’esame. Io e Gabriele andiamo a prendere posto. Lui ha addosso la sua camicia preferita, quella a quadri blu e verdi. Mi prende una mano, ma non sento niente, e mi piace pensare che dipenda dal mio braccio atrofizzato.

Ripenso al pomeriggio di ieri. Io che esco bocciata da un esame, Paolo che viene fuori dall’università, per sapere com’è andata, ma è evidente che pensa ad altro, a quello che mi deve dire lui, ovvero che non siamo niente. Io non so che dire, penso soltanto che per errore ho rimesso la maglietta nera che avevo il giorno prima al funerale, e quindi con la scusa di un impegno scappo via. Paolo magari pensa che sono disperata per lui, ma non mi trattiene. E poi la folla, sotto al duomo, tutta intorno a un ragazzo che si era buttato giù dai terrazzi, schiantandosi di fronte alla Rinascente. E io che non riesco a provare pietà per il suicida, né mi dispiace per Paolo, né per Gabriele, e me ne sto qui in sala d’aspetto, accanto a un fantasma, finché non chiamano il mio cognome e torno nel mondo reale.

Un’infermiera mi accompagna in uno studio. Devo togliermi tutto. Vestiti, oggetti metallici. Capisco che stanno per infilarmi in uno scanner. Li lascio fare. Quando mi ritrovo dentro il tubo, per un attimo, spariscono tutti i pensieri. Mi sento così triste che tutto il resto perde consistenza, si scioglie, e rimango solo io dentro a questo tubo azzurrino che mi separa dal resto dell’universo. Vorrei restare qui dentro per sempre, in questo stato di sospensione perenne, dove non mi è richiesta nessuna interazione. Con Gabriele era proprio così, mi lasciava stare. Penso per tutto il tempo solo questa frase: “lasciatemi nell’ombra”. Poi il macchinario si ferma, esco dal buio e devo stare nelle cose.

Gabriele se n’è andato, e con lui i suoi quindici anni d’anticipo, quella sua esperienza da uomo vissuto che mi aveva spianato la strada. Adesso sono rimasta sola nell’avanguardia. L’ultima cosa che vedo di lui, del suo ologramma, è una scia di fumo che sparisce dietro l’angolo del pronto soccorso. Eppure non sento niente. Ora il fenomeno si è ribaltato, il mio braccio si è ripreso ma il resto è insensibile, nessuno stimolo, nessun sussulto.

Mi rivesto e vado in bagno, tanto i risultati non saranno pronti prima di un’ora. Mi infilo nell’ultimo cubicolo, mi siedo sul cesso e tiro fuori il cellulare, che mi scivola nelle mani di nuovo sudate ma presenti. Telefono a Paolo. Squilla libero a lungo. So che non sta dormendo, sarà dove è sempre, in una delle sue avventure mondane, lui che sa stare nelle cose.

«Lucia?» dice. «Che succede?»

«Ehi, scusa l’orario. Volevo solo chiederti una cosa. Ma a prescindere da tutto, la gita fuori porta, non è che la possiamo fare comunque?»

A Paolo non l’ho detto, non l’ho detto a nessuno. Gabriele è morto di infarto che aveva trentotto anni, Gabriele si è suicidato con i grassi saturi e le Lucky Strike, Gabriele non ce l’ha fatta a resistere nemmeno per me. Di Gabriele mi sono rimaste scorte di liquirizie gommose e una foto di lui bambino su un unicorno. Gabriele era l’unico che capiva la mia anestesia e questa cosa del cuore fantasma, che sembra esserci ma poi puntualmente si addormenta. Gabriele era Gabriele e un algoritmo per cui le persone che amo di più mi lasciano indifferente. Ma Gabriele è morto, e Paolo è vivo.

«Ho saputo di Gabriele» dice Paolo. «Lucia, perché non me l’hai detto? Come sta?»

Non gliel’ho detto perché di Gabriele non ho mai detto niente a nessuno, a parte che esisteva. Per mia madre era una cattiva influenza, le amiche lo trovavano troppo vecchio, negli ultimi anni troppo grasso. E ai miei ragazzi non ho mai detto che erano un ripiego, una copertura vigliacca, per nascondere una cosa cominciata troppo presto. Gabriele c’era solo dove c’eravamo noi due e perciò era stato, a lungo, poco più di un ologramma. In fondo, non è cambiato niente.

«C’ho parlato poco fa» gli dico. «Ci siamo fatti una risata. D’altronde se l’è cercata, con quello che beve e fuma. Ha l’attività cardiaca ridotta al 40%, dicono che ci metterà un anno a riprendersi. Ma lui è sereno, cercava il pretesto per cambiare stile di vita, e l’ha trovato. Mangia tanti gelati, dice che quelli non gli fanno male. Contento lui. Ma invece, della gita fuori porta, che mi dici?»